venerdì 10 febbraio 2012

Le cosce lungo il fiume



photo di Miranda Lehman

In un castello di cristallo ho messo piede,
la luce che conservo mi riflette.
Posso parlare solo e sentirmi rispondere
con parole che sembrerebbero mie,
ma non hanno la mia voce,
non parlano la mia lingua.

Posso restare fermo e sentirmi sbalzato
fra cento anni di spostamenti.
Allora mi muovo lentamente
per osservare.

Ogni cosa si tiene stretta al suo alone,
plasmando la forma,
irrigidendo il busto,
creando movimento, dentro.

Io sono il tuo perineo.
Colpo dopo colpo
saltello le tue vertebre.
In tali circostanze si finisce
per innamorarsi di se stessi. Così da smettere
d’ignorarsi, ignorando tutto il resto.
Sentirsi stratificati
su ciò che non appartiene.

Mi doni il tuo orgasmo?
Vorrei sciacquarmi il viso.
Sono soltanto attimi
quelli che si cedono calmi
alla burrascosa casualità dei corpi
che si scoprono artefatti.

-“Amore mio, la luce che magnifica il tuo corpo stasera ti rende candida come non mai”
-“Ragazzo mio, se mi hai pagato per osannare la luce hai speso male i tuoi soldi”

Sento freddo.
Sotto il volto scuro sento freddo.
Tutto il cristallo è liquame condensato.

Non mi hai mai detto niente.
Ti sei mai chiesta cosa hai avuto di me?
Per tutto il tempo che è passato,
non una parola,
per tutto quello che è stato.

A soffiare sulla brace ci si stanca
se nessun legno si lascia infuocare.

Il tuo ventre è la luna che splenderebbe stasera.
Ma piove.
Peccato.

Vestito a gran festa, davanti allo specchio,
sistemo il mio fiocco:
sputo all’ immagine riflessa,
gli chiudo un occhio!
Adesso, tutto quello che ho visto
è lecito che non sia mai accaduto.

Attraverso il salone a passi decisi.
Spalanco le porte.
Gli angeli alle pareti
hanno l’ordine di non voltarsi.
Rimangono immobili,
bevono sangria nel parco
fingendo di corteggiarsi.
Ridono il sarcasmo
della vita in movimento.

Ridono per ogni piega
Ridono per ogni passo
che curva la mia schiena

Se tu vai via io preferisco
restare.
Aspetto il suo ritorno. Non ha promesso nulla,
ma aspetto che ritorni.
C’è un fiume prenotato,
presso a poco ora.
Insieme scenderemo
lenti
per osservare.
Lei fermerà il tempo,
io l’ideale.

Incastreremo le carni
nella morsa rumorosa.

Lei fermerà la luce
io la sporcherò d’inchiostro.
Se vorrà baciarmi glielo concederò.
Se nuderà i suoi seni
aprirò le mani.
Guarderò i suoi fianchi
sbocciare in gran segreto.
Il tepore del suo sesso
mi custodirà. Starò stretto
alle sue cosce
bianche
fra il silenzio. 

photo di Miranda Lehman





martedì 7 febbraio 2012

The whore's God/God's whore


(Like a whore with a misconceived catholic education)


Mio Dio, una carezza.
Mi batte il cuore forte. Perché?
Sbattermi ossessivamente e poi questa carezza
rude. È una mano spinosa,
mordace, una mano per bestie da lavoro.

È lavoro anche il mio.
Pesano i danni del corpo,
il sangue raggrumato tra le labbra e la seta,
i pensieri del giorno dopo,
le preghiere dell’attimo prima.

Crederci, forestiero,
credimi, non paga.
La mia vagina putrida,
su cui tu snello
aggrappato ti nutri,
è la mia mula per i campi.
Schiuma sui muscoli pettorali,
sulle cosce arse, rade,
insetti sulle froge sporche.

Dalle labbra luccichi,
dal mento al petto caldo
ti contamini.
Il mio Cristo sei,
poverino,
e la tua spada
e la tua croce
dentro pregano che basti
perché mi possa far male
e capire.
Corteo del disagio,
di fragole e vino.

Poverino, il mio Cristo
mi guarda da giù.
Gli sorrido per pietà.
È un Cristo senza lena,
di miseria incolta.

Bisogna essere feroce puttana
per dubitare di una mano che ti sfiora.
Non è fiducia.
È il dolore.
Mi schizza i lombi per il bene
unico che possiamo,
ultimo che ci avvicina.
Il bene fetido che ci accumuna.

Bisogna proprio essere una gran troia
per capire quanto è piccolo il bene.
Questo è difficile tradire!
Anche quella è una menzogna per cui tocca scavare.

Sottraiti anche tu - bellino -
il mio Cristo lumaca,
poveretto,
guardatelo. Tira via le corna e sbava.

Portati qua Cristo mio. Pagherai.
Fai sentire ancora sulla lingua
il peso della tua terra straniera.
Coltiverò tra i seni quella fragola
prepuzio sfondato. E pagherai.
Per il tronco carne tra i seni bui.
Sbatti forte sui cerchi arrondellati
fragola virulenta. Il tuo tonfo schiacciolìccio
sul mortaio è il mio onore.
I tuoi sandali sporchi me li puoi ficcare più in fondo.
Berrai i grumi dalla mia vagina,
come ingozzandoti di un aborto.
Sacro sarai. Mi bacerai e lo sarò anch’ io.

Pagherai e starò ancora a guardare.
E sentirò il tuo peso, e altri ancora.
E se vorrai tornare, sopporterò il tuo peso.

Io sono la Verginella. Lo ha detto lui.





venerdì 14 ottobre 2011

CERCARE

(Come cercando si dimentica ciò che difficilmente si è trovato)



Lui:
Siamo idioti. Lo sapevo, d'accordo, ma fino a dove ci si può spingere su questa via?
Lei:
Ma che vai cercando? Dove stai andando a parare?

Lui:
Io? Tu, piuttosto. Sembra non ci sia più niente in me che ti appaghi. Ti ostini a cercare. Non mi dai tregua. Perchè? Cosa speri di trovare?
Con tutto questo cercare, tanta è la voglia, andrà a finire che qualcosa penserai di averla trovata veramente. E dio solo sa che tesoro segreto ti sembrerà di avere in mano. Di certo nulla a che vedere con me. Al massimo una tua proiezione.

Lei:
Ho capito. Cerca adesso tu di capire me. Noi siamo molto di più di questo starcene a casa a vedere film. Più di una cena cucinata insieme. Più di una bottiglia di vino rosso... anche giocando in mutande sui tappeti, scemo. Lo sai di che sto parlando.

Lui:
Io comincio a non piacerti più.

Lei:
Ma cosa dici, non è...

Lui:
Si, e così. Lo sento. Vai sempre oltre. Sembra che io... non lo so. Ti vedo scavare. Oppure saltare, protenderti in su. Non sei mai dove ti trovi, ecco. Io sono qui. Adesso. Tu?

Lei:
Anch'io sono qui. Non è questo, non mi stai seguendo. Io... io... io ti cerco dove tu non credi di potere essere, ma ti giuro, in questi posti io ti ci ho conosciuto.

Lui:
Attenta. Stai fantasticando. Stai correndo da sola pensando di essere...

Lei:
Zitto. Devi fidarti. Ti fidi?

Lui:
Tu riesci ad accettare una delusione? Bada. E' un brutto compromesso. Perchè se non sei capace è molto probabile che nel niente che tu avrai trovato ci veda delle qualità solo per giustificare il tempo impiegato nella ricerca. E' brutta la delusione. E' un compromesso scomodo. Porta con se ripercussioni.
Vedi me. Io non mi illudo. Non cerco. Mi basta guardarti. Aspetto. Ogni tuo gesto io lo aspetto, ogni tua smorfia, ogni singola stupidità o cosa intelligente che dici, io aspetto che accada prima di sapere che sia accaduta, e so che sei tu. Una tu dopo l'altra. Puoi annoiarmi, puoi stupirmi, ma io so per certo che sei sempre tu, perchè aspetto che le cose accadano. Non me le figuro prima cercandole disperatamente. Perchè mentre cerchi può darsi che qualcosa sia accaduta, ma tu non l'avrai notata perchè non era quella che cercavi, e seguitavi a cercare, cara. In vano.
Mi hai capito?

Lei:
Lo hai appena detto. Credo. E io l'ho appena capito. Credo. Oh mio dio. Sei immobile. Oramai in te non succede più nulla. Ti sei abbandonato all'abitudine, al tuo giardinetto. Hai accettato la noia come una conseguenza logica alla vita che si ripete. Questo è profondamente ingiusto nei miei confronti. Non lo merito. Lo capisci il motivo? Non ti aspetti più nulla da me. Nulla. Ti sei fermato per pigrizia, o per mancanza di stimoli, quello che vuoi tu... ma ti sei fermato. Così mi deludi. E io non lo voglio questo, se in me non c'è più quello stupore che ti portavo tu devi pretenderlo. Io questo ti chiedo. Dobbiamo lottare. Se accetti la noia hai tradito i nostri intenti. Se tu lo hai dimenticato, io no, io me lo ricordo come eravamo. Dicevamo che si muore da soli, perchè? Perchè insieme si vive. E io con te voglio vivere. Vivere, hai capito? Perchè a morire mi viene più facile da sola.

Lui:
Hey... non fare così, io ti amo. Non vorrei mai deluderti. Guardami, sono io. Sono io, lo stesso io, non ti ho lasciata sola. Solo che... tu ti ostini, cos'altro cerchi? Vedo che ti affanni, inutilmente. Cerchi altro, altro. Perdi sempre tempo a parlare di cose che non afferri, di emozioni che ti mancano...
Io dico che non ti mancano. Dico che le cerchi nei posti sbagliati. Dico non mi dipingere, non farmi delle sfumature tue. Non le voglio le tue sfumature. Voglio che mi tocchi. Stringimi. Questo hai di me. Questa mano sudaticcia. Questa peluria che tu dici vellutata. Queste labbra. Questi denti storti. Questi occhi. Guardali! Guarda i miei occhi. Possono mentirti. Guardami, secondo te possono mentirti mai questi occhi?
Si. Possono. L'hanno già fatto e non te ne sei nemmeno accorta. E io dovevo dirtelo subito. Dovevo. Avresti fatto qualcosa di più adeguato. Mi annoiavo, capisci? Mi sentivo morire di noia, capisci? Credevo di farlo per noi. Dovevo. Quel giorno per me qualcosa era cambiato e tu non lo sapevi. Sono stato ingiusto,  lo so, l 'ho subito saputo. Mi sentivo in colpa, però era stato più facile sorriderti. Invece adesso?
Sei tu che ti sei annoiata. Hai la noia negli occhi, ma ti atteggi da bambina curiosa e patetica. E cerchi da invasata qualcosa che non c'è da tempo solo perchè ti pesa ammetterlo. Ti sei annoiata. Ci siamo annoiati, siamo stanchi, stufi. La famiglia del Mulino Bianco è finita da tempo. Nella vita si va avanti e non è detto che si migliori, non è detto. Si invecchia e si peggiora pure, si diventa persone intolleranti, boriose, ci si fissa con l'orticello del cazzo, col mega robot da cucina di merda. Cerchi! Cerchi! Scavi! Che cerchi? Non scavare! Almeno salviamo un po' d' orgoglio, per poterci guardare in faccia.
Amore mio non siamo più niente.

(Si abbracciano)