venerdì 10 febbraio 2012

Autosufficienza

(Brutta storia per i giovani d'oggi)

Estate 2005

Le cosce lungo il fiume



photo di Miranda Lehman

In un castello di cristallo ho messo piede,
la luce che conservo mi riflette.
Posso parlare solo e sentirmi rispondere
con parole che sembrerebbero mie,
ma non hanno la mia voce,
non parlano la mia lingua.

Posso restare fermo e sentirmi sbalzato
fra cento anni di spostamenti.
Allora mi muovo lentamente
per osservare.

Ogni cosa si tiene stretta al suo alone,
plasmando la forma,
irrigidendo il busto,
creando movimento, dentro.

Io sono il tuo perineo.
Colpo dopo colpo
saltello le tue vertebre.
In tali circostanze si finisce
per innamorarsi di se stessi. Così da smettere
d’ignorarsi, ignorando tutto il resto.
Sentirsi stratificati
su ciò che non appartiene.

Mi doni il tuo orgasmo?
Vorrei sciacquarmi il viso.
Sono soltanto attimi
quelli che si cedono calmi
alla burrascosa casualità dei corpi
che si scoprono artefatti.

-“Amore mio, la luce che magnifica il tuo corpo stasera ti rende candida come non mai”
-“Ragazzo mio, se mi hai pagato per osannare la luce hai speso male i tuoi soldi”

Sento freddo.
Sotto il volto scuro sento freddo.
Tutto il cristallo è liquame condensato.

Non mi hai mai detto niente.
Ti sei mai chiesta cosa hai avuto di me?
Per tutto il tempo che è passato,
non una parola,
per tutto quello che è stato.

A soffiare sulla brace ci si stanca
se nessun legno si lascia infuocare.

Il tuo ventre è la luna che splenderebbe stasera.
Ma piove.
Peccato.

Vestito a gran festa, davanti allo specchio,
sistemo il mio fiocco:
sputo all’ immagine riflessa,
gli chiudo un occhio!
Adesso, tutto quello che ho visto
è lecito che non sia mai accaduto.

Attraverso il salone a passi decisi.
Spalanco le porte.
Gli angeli alle pareti
hanno l’ordine di non voltarsi.
Rimangono immobili,
bevono sangria nel parco
fingendo di corteggiarsi.
Ridono il sarcasmo
della vita in movimento.

Ridono per ogni piega
Ridono per ogni passo
che curva la mia schiena

Se tu vai via io preferisco
restare.
Aspetto il suo ritorno. Non ha promesso nulla,
ma aspetto che ritorni.
C’è un fiume prenotato,
presso a poco ora.
Insieme scenderemo
lenti
per osservare.
Lei fermerà il tempo,
io l’ideale.

Incastreremo le carni
nella morsa rumorosa.

Lei fermerà la luce
io la sporcherò d’inchiostro.
Se vorrà baciarmi glielo concederò.
Se nuderà i suoi seni
aprirò le mani.
Guarderò i suoi fianchi
sbocciare in gran segreto.
Il tepore del suo sesso
mi custodirà. Starò stretto
alle sue cosce
bianche
fra il silenzio. 

photo di Miranda Lehman





martedì 7 febbraio 2012

The whore's God/God's whore


(Like a whore with a misconceived catholic education)


Mio Dio, una carezza.
Mi batte il cuore forte. Perché?
Sbattermi ossessivamente e poi questa carezza
rude. È una mano spinosa,
mordace, una mano per bestie da lavoro.

È lavoro anche il mio.
Pesano i danni del corpo,
il sangue raggrumato tra le labbra e la seta,
i pensieri del giorno dopo,
le preghiere dell’attimo prima.

Crederci, forestiero,
credimi, non paga.
La mia vagina putrida,
su cui tu snello
aggrappato ti nutri,
è la mia mula per i campi.
Schiuma sui muscoli pettorali,
sulle cosce arse, rade,
insetti sulle froge sporche.

Dalle labbra luccichi,
dal mento al petto caldo
ti contamini.
Il mio Cristo sei,
poverino,
e la tua spada
e la tua croce
dentro pregano che basti
perché mi possa far male
e capire.
Corteo del disagio,
di fragole e vino.

Poverino, il mio Cristo
mi guarda da giù.
Gli sorrido per pietà.
È un Cristo senza lena,
di miseria incolta.

Bisogna essere feroce puttana
per dubitare di una mano che ti sfiora.
Non è fiducia.
È il dolore.
Mi schizza i lombi per il bene
unico che possiamo,
ultimo che ci avvicina.
Il bene fetido che ci accumuna.

Bisogna proprio essere una gran troia
per capire quanto è piccolo il bene.
Questo è difficile tradire!
Anche quella è una menzogna per cui tocca scavare.

Sottraiti anche tu - bellino -
il mio Cristo lumaca,
poveretto,
guardatelo. Tira via le corna e sbava.

Portati qua Cristo mio. Pagherai.
Fai sentire ancora sulla lingua
il peso della tua terra straniera.
Coltiverò tra i seni quella fragola
prepuzio sfondato. E pagherai.
Per il tronco carne tra i seni bui.
Sbatti forte sui cerchi arrondellati
fragola virulenta. Il tuo tonfo schiacciolìccio
sul mortaio è il mio onore.
I tuoi sandali sporchi me li puoi ficcare più in fondo.
Berrai i grumi dalla mia vagina,
come ingozzandoti di un aborto.
Sacro sarai. Mi bacerai e lo sarò anch’ io.

Pagherai e starò ancora a guardare.
E sentirò il tuo peso, e altri ancora.
E se vorrai tornare, sopporterò il tuo peso.

Io sono la Verginella. Lo ha detto lui.